lunedì 25 luglio 2011
sabato 18 giugno 2011
Mi capita spesso di avere dei pensieri da scrivere; di ragionare per iscritto, intendo dire, di capire e capirmi tramite pensieri che paiono già di carta, paiono nati stropicciati. Sono riflessioni fra le più strane, alcune di risata, altre da soffocare. E mi succede sempre che poi facciano la fine di quel bucato che d'estate magari dimentichi appeso alla corda da stendere, un pezzo di costume, un asciugamano, che lasci lì magari per un mese, a prendersi tutto quel sole, che poi quando lo ritrovi sembra fatto di cartone. E' diventato una cosa dimenticata, superstite fortuito del tuo tentato omicidio, peggio, della tua disattenzione volontaria.
Cerco di recuperarli adesso, quei pensieri ormai seccati, in una serata che sa di sigaretta rubata, occhi strizzati e secchi - gli occhi secchi di Teresa - zanzare che si schiantano ottuse fuori da questa mia finestra verde, libri che si accumulano, qui, tutt'attorno, ottusi anche loro, indiscreti.Ero sotto la doccia giorni fa e mi sono accorta che stavo masticando una cicca. Sotto la doccia, che strano. Mi è venuto da ridere, che ho pensato che ho iniziato a diventare dipendente dalle gomme da masticare come chiunque voglia smettere di fumare, solo che non ho smesso e tuttavia, tuttavia sono già al punto di ritrovarmi una cicca in bocca, e ancora col sapore di menta, ancora a suggerirmi che l'ho scelta io, e da poco, e non ricordarlo. Sono già sul punto di riconoscermi nel bel mezzo di una dipendenza, in cui mi sono gettata per sfuggire da un'altra, che mi tengo ben stretta. Cicche sotto la doccia: queste cose incomplete, a metà sono proprio da me, così incredibilmente inadeguate. Quel masticare con l'acqua che mi pioveva addosso era il correlativo oggettivo del mio perenne non saper dove mettere le mani in certe situazioni, era l'allegoria del mio presentarmi con una sciarpa e un vecchio golf nero ad aperitivi primaverili dove le mie amiche sono dolci e colorate come farfalle e non voler confessare che il tempo e l'angoscia e il peso che mi ci sono voluti a mettere quel golf, giurerei che sono stati il triplo di quello che ci è voluto loro per scegliere un paio di ali perfettamente abbinate. Abbinate con tutto.
Quest'estate mi è capitato di venire a conoscenza del nome completo della donna/signora/badante/ragazza, che aiuta mio nonno la nancy, come la chiama lui, che col nostro accento di scogli e sale subito diventa un nome così vicino ovvio, grigio di strada, amico. E invece il suo cognome è lunghissimo e così altisonante e nobile e esotico e principesco. Che ti fa venire in mente diademi, caviglie abbronzate e donne bellissime, ricchezze e frutta d'oro. E ho pensato che mi ha fatto lo stesso effetto che mi dà ora pensare ai prezzi in lire, o pagare con valute diverse dalla mia; ricordare che Topolino costava tremiladuecento lire, che quasi ora tremiladuecento euro mi sembrano meno preziosi; pensare che in Corazia un pranzo da re con tutti i pesci del mare l'abbiamo pagato settanta kune, dieci euro, e abbiamo allineato su quel tavolo di legno tante di quelle banconote stropicciate, che sembravano quelle del Monopoli e sopra davvero avevano disegnati dei pesci. E insomma ho fatto questo collegamento, come se anche alcuni nomi fossero stati oggetto di una sorta di inflazione, come se di una ricchezza antica conservassero l'involucro lucido e profumato, a ricordare timidamente la Storia tutta maiuscola che vi giace dentro, a prender polvere.
Qualche giorno fa prima di addormentarmi ho pensato che avrei voluto scrivere la storia di una ragazza di nome Adela, nata a Cadice, così felice di appartenere ad un confine, a quella fine di mondo di case bianche di calce e Africa e colori forti, dove una macchia rossa e livida e scura può poi rivelarsi gaspacho; che poi magari ugualmente il sangue te lo bevi da un bicchiere, ben condito di basilico e olio d'oliva. Ho pensato a lungo a questa Adela, che ovviamente sarebbe stata studiosa di Letteratura, che ovviamente sarebbe finalmente giunta in Italia, ad insegnare. E sarebbe stata così curiosa, così emozionata di trovarsi di fronte un branco di occhi di esponenti di quel popolo così creativo, quella stessa gente che da schiava aveva incantato il mondo con la prospettiva o con l'ottava, la gente di Dante insomma, quegli italiani. E chissà quali sarebbero stati in realtà gli occhi che Adela si sarebbe trovata davanti. Pochi, innanzitutto, una dozzina, non di più; e poi Pavia e non Firenze o Roma, e poi bocche ruminanti e penne che cadono e cenni col capo automatici che non la smettono di annuire neppure quando sbaglia, che non accennano a tentennare, neppure quando chiede. La delusione quindi. Ma poi sarebbe successo qualcosa, ne ero sicura, in mezzo al disappunto avrebbe trovato, tra la polvere di gesso di una lezione, il paio d'occhi italiani che cercava, o forse solo la penna, le parole che cercava. O comunque qualcosa sarebbe successo. Non fosse stato per il sonno che pian piano aveva stinto la figura di Adela come fosse stata un acquerello caduto in mare e non l'avesse trascinata anch'essa fra i panni secchi e dimenticati della memoria.
Oggi studiavo, ero vicino alla finestra e ogni tanto lo sguardo mi sfuggiva, quasi a voler respirare si metteva a frugare fra i tetti rossi di Pavia e quando tornava indietro, portava con sè pensieri strani. Affianco a me si studiava di medicina o giurisprudenza; e ho riflettuto sull'Età dell'Oro, ed ho pensato che se questa benedetta Arcadia esistesse davvero, lì non ci sarebbero libroni di anatomia, perchè l'uomo non avrebbe mai male; e nessun manuale di Diritto Privato, ovviamente, perchè l'uomo non farebbe mai male. E poi ho sorriso perchè ho pensato che la Letteratura invece, sarebbe stata ovunque. Che non nasce da ciò che all'uomo manca per esser perfezione, non nasce da un meno, ma da un più. Nasce da tutto quello che l'uomo ha al posto della perfezione, nasce da ciò che di creatore c'è nell'uomo, da ciò che non va costruito, da ciò che non va cercato, non nasce perchè è già espressione, è ogni albero di Arcadia, ogni sua foglia d'oro, fatta di parole.
venerdì 20 maggio 2011
Questo "blog" è la dimostrazione palese del mio non riuscire più a scrivere. Totale disfatta disarmante. Ma Marco ha letto la mia cosa sui libri, penso sia l'unico che l'ha fatto, che poi in realtà gliel'ho letto io però insomma Marco ha letto e Marco ha detto; ha detto che non ho mai scritto una cosa più vera - io avrei detto più brutta ma poi mi sono smentita con il post successivo e allora ritorno su quell'aggettivo, e me lo arrotolo fra la lingua e provo a capirne il gusto - e non lo trovo. Non trovo il "vero" che devo trovare per far sorridere di nuovo quel sorriso così, che ora mi pare la ricetta per salvare il mondo, far sorridere quel sorriso con un altro aggettivo "vero".
E allora zonzo fra questa camera verde di De Gregori e disordine e tactac dei tasti - che è incredibile questo nuovo pc che tutti i tasti fanno tac, manco un tic, molto da me, mi piace tantissimo - TAC - . Ho appena chiuso una conversazione Facebook con il mio amico, mi sono appena mandata sms con la mia amica, la testa scoppia di studio appiccicoso, l'unico riposo pare comunicare (ancora? Ma come è possibile?) e i miei amici che mi consegnano lievi quel solito dolce biglietto da visita, che mi allungano sorridenti, prima di lasciarmi:
grazietere.
Grazietere, grazietere, un'altra parola che trasformo in caramella, che ripeto fino a toglierle tutta la vernice del significato, fino a farla tornare trasparente scheletro di parole, per cercarne le vertebre, per contarne le ossa - grazietere - No, per scoprire che non le trovo, che continuo a non capire, solo so, che son brava a parlare, consigliare, confortare, accudire, forse ad una condizione, regola, postulato, assioma, anzi proprio legge, tipo la Tobler Mussafia: che a nessuno di questi verbi, una volta declinato alla prima persona singolare di qualsiasi tempo, sia mai apposta la particella enclitica riflessiva -mi. Mai. Legge.
Non so parlarmi, non consigliarmi, non confortarmi, non accudirmi.
Che ora l'eccezione va trovata pena la noia grigia, da regola inviolata:
so scapparmi, so scapparmi.
E ora lo faccio così, con de Gregori che mi parla del mio tempo verbale preferito.
martedì 17 maggio 2011
Mi metto on line su Facebook, e poi anche su Skype, che se ci fosse Rachi mi scriverebbe "Picci, devo preoccuparmi?" che lo sa, che se mi faccio trovare, allora vuol dire che sto male; che se mi faccio trovare, allora vuol dire che sì, voglio far preoccupare, voglio parlare con qualcuno e dirgli che sto male. Che non bastano i punti e virgola da nascondermici dentro, che anche se premo forte le tempie il mal di testa non passa, che anche se grido il suono non esce, solo funziona mettere la testa piegata contro le ginocchia e stare così, levigata, liscia, asciutta, sciacquata come sasso di risacca sciabordata, forte e lucida, chiudere gli occhi e immaginarmi ferma-immaginarmi in mezzo a un'onda.
E smetterla di voler capire qual è il punto esatto in cui si rompono le cose, e smetterla di voler immaginare un momento stretto di tempo strizzato e gocce di futuro che finalmente si svelano, che lenti serpenti dilagano e mi rispondono, e diventano presente. E smetterla di voler sapere a causa di quale dannata ricetta riesco così bene a sentirmi sola in mezzo a tanti e smetterla di voler scoprire che cosa mia avvelena il sonno e il risveglio ma non si fa dare un nome e. E poi finirla di scappare da quella bambina con gli occhiali tondi e blu, la polo verde e lo sguardo fisso e pulito che mi diceva "Voglio scrivere di storie" e finalmente gettarle in faccia questo sguardo ancora verde e meno blu e un po' più grigio e un po' più bigio e ligio e dirglielo, dirglielo e basta che quelle storie non le trovo più.
E smetterla di voler capire qual è il punto esatto in cui si rompono le cose, e smetterla di voler immaginare un momento stretto di tempo strizzato e gocce di futuro che finalmente si svelano, che lenti serpenti dilagano e mi rispondono, e diventano presente. E smetterla di voler sapere a causa di quale dannata ricetta riesco così bene a sentirmi sola in mezzo a tanti e smetterla di voler scoprire che cosa mia avvelena il sonno e il risveglio ma non si fa dare un nome e. E poi finirla di scappare da quella bambina con gli occhiali tondi e blu, la polo verde e lo sguardo fisso e pulito che mi diceva "Voglio scrivere di storie" e finalmente gettarle in faccia questo sguardo ancora verde e meno blu e un po' più grigio e un po' più bigio e ligio e dirglielo, dirglielo e basta che quelle storie non le trovo più.
domenica 15 maggio 2011
Il Libro
Oggi è una di quelle mattinate - di quelle domeniche mattina - in cui sono inquieta. E un po' felice. Ed è in
questi momenti che sento una voglia prepotente di scrivere e poi non ci riesco mai e rimango lì a implodere, a lasciare esplodere piano, e dentro, quel che vorrei dire, foss'anche solo un non dir niente.
E allora questa volta faccio le cose per bene, le faccio piano, soggettoverbooggetto a non lasciarmi fregare, a scrivere piano di quello che scorre troppo veloce.
Ci siamo.
Dicevo, mi sento pazza: principalmente perchè da ieri sono innamorata di Ernest Hemingway, senza averne l'età nè l'intenzione; è che è successo un qualcosa che non doveva succeder più: ho ritrovato Un Libro, uno di quelli.
Tutta la mia vita è stata costellata di libri, ma fra questi alcuni - che "alcuni" è brutto, direi di più "una manciata" - una manciata ecco sono entrati sotto la mia pelle ed hanno iniziato a scorrere, e io sono rimasta sempre io ma insomma ero fatta di anche di loro, da quel momento in poi. Non sono stati i libri più belli che abbia mai letto, anzi; non sono solo quelli che ricordo perfettamente ancor oggi, sono semplicemente stati quelli giusti, quelli della me di quel momento, che ti fanno pensare come un bambino, come un innamorato che è fra mille innamorati ma pensa che quella canzone/quel tramonto/quel sole di quel giorno su quel mare sia solo per lui. Ecco, quei libri sono stati miei, questo è il punto. Tutto dev'essere partito quand'ero ben piccola, e alle elementari - ebbene sì e sì, avevo anche gli occhiali tondi, ovviamente - facevo la bibliotecaria e avevo accesso a quella che mi sembrava una quantità industriale di libri- tipo quella de "la Bella e la bestia", per capirci. Era quando mi ritrovavo da una parte in Bianca Pitzorno e dall'altra in quei classici un po'polpettoni come "Senza famiglia" o "Il piccolo Lord": quelli sono stati i miei primi Libri.
Poi con le medie, prima l'amore incondizionato per "Piccole Donne" e poi, poi l'arrivo banale, trito, scontato, di uno di quei libri che mi hanno rovinata più dei principi della Disney coi capelli di seta che non si voltano mai, più di ogni "e vissero per sempre felici e contenti" che abbia mai sentito, più di ogni singolo bacio televisivo: le ottocento e passa pagine di "Via col vento" che ho buttato giù in una settimana, ecco, sono convinta, sono state l'origine di molti miei mali. Mali fantastici, certo, che non scambierei mai, ma ai quali avrei ripensato anni dopo, con le budella rovesciate nel riconoscermi di fronte ad un reale "francamente me ne infischio" o ancora dopo, a trovarmi contro una rivale slavata e dalla faccia un po' triangolare, come Melania Hamilton, o dopo ancora, a capire che il mio Ashley era finto e trasparente non meno di quello vero - parlo di quello di carta. O dopo, dopo, quando per un pelo il mio Rett non me lo facevo scappare anch'io. Dal punto di vista medico poi - certo - il passare la settimana successiva attaccata ossessivamente alle ulteriori mille pagine di "Rossella", sequel dell'amato libro scritto da un'eroica professoressa americana di letteratura che non voleva accettare che Rett se ne infischiasse davvero, beh forse dal punto di vista medico il mio essere una ventenne alla quale mancano sette diotrie su dieci può vedere una lontana origine in quegli anni di prime letture folli e pazze.
E così ci fu "Via col vento", e poi "Madame Bovary" per non parlare di "Jane Eyre" ma anche de "Il mandolino del capitano Corelli" e insomma tutto il mio periodo tremendamente diabetico, meraviglioso ed appiccicoso, costellato di altre migliaia e migliaia di libri che sapevano di sabbia magari o forse di treno/autobus marciapiede ma insomma nessun Libro, per capirci.
Col ginnasio i miei precisi, romantici, ben costruiti argini furono travolti dal greco prima ,e da Dante poi, e destinati spietatamente ad allargarsi e arrendersi. Improvvisamente, presentarsi come discepola dell'egoismo O'Hara non sembrò più quel titolo nobiliare che credevo, le mie nuove compagne avevano impiegato i pochi anni alle spalle su letture più edificanti, importanti, dai "Miserabili" a "I Buddenbrook", da Svevo a Moravia. Come un'ossessa iniziai allora a recuperare, secondo una nuova direzione, e anche a superarle, perchè no, quasi certa che però un nuovo Libro, fra questi, non l'avrei più trovato.
Che quando arrivò "Saltatempo" di Benni, che arrivò coi miei quindici anni e quella caterva di felicità che avrei dovuto dosare fino ai diciotto, invece che mangiarmi tutta in quei mesi, quasi non ci credevo. Di averne trovato un altro così palesemente mio. Saltatempo e i suoi neologismi ed il suo personaggio scrittore e le sue risate, mi entrarono ovunque e non uscirono mai più, conficcandosi nell'esatto punto di me in cui nasce il riso e la curiosità sana per il futuro. Da lì all'amore Baricco il passo non fu breve, ma un po' ovvio,"Oceano Mare" diventò ancor più ovviamente parte del mio stupore e parte del mio pensare a quanto si potesse far volare, a saper usare una penna e così tutto il resto di Baricco che condizionò il mio accanito scrivere di quegli anni, che fu tremendo infatti, tutto un susseguirsi di punti e spazi e parole che dovevano risaltare come squilli e invece non lo facevano mai, perchè sembravano sperdute. In mezzo poi tutta la letteratura che studiai certo, il mio tremare in classe per "L'assiuolo" o il mio romantico fremere per Foscolo, il mio angosciarmi per il ghiaccio che si incrinava sotto i piedi dell'amica sfrontata di Gozzano. Il mio tornare sempre a Dante dopo tutto. Ma in tutto questo ricordo anche serate persa fra i nomi di Marquez e poi quasi di riflesso su tutte quelle donne della Allende, a confermare che la mia voglia di storie era rimasta intatta e che i libri davanti erano ancora tantissimi, si trattava solo di trovarli, lavoro mica facile.
Divoravo di tutto in quegli anni, tanto neorealismo, ma anche i russi - quell'estate, su Anna Karenina- i Malavoglia e tutto lo Svevo che c'era e poi la pausa di una lacrima vera per "Il sentiero dei nidi di ragno" che penso di avere ancora il segno su una guancia. E nel mezzo sempre un desiderio di tener la penna in mano ma senza capire mai come impugnarla. L'amore per "La lingua salvata" di Canetti, il rifiuto per Ammaniti, la Tamaro e quasi tutta la Mazzantini, la scoperta del "Vecchio e il mare" e poi di Kundera che fu quasi un amore vero e il ritorno, come sempre, a Dante.
Dei libri dell'università poi, che dire - che uno si aspetta che se studia Lettere fondamentalmente non farà altro e no, non solo non è stato così, ma quando lo è stato, questi libri venivano da fuori, li leggevo, li godevo, ma mai avrebbero potuto essere i Miei.
Poi certo, arrivò tutto il resto di Calvino, tutto quello che di lui non avevo letto e anche tutto quello che avevo letto ma male. E quelli furono giorni bellissimi, sino a un viaggio in Spagna di tapas e trilogia degli antenati ed al sogno di crearci un lavoro, su tutti quei libri.
Ma insomma, era un po' ormai che il mio Libro non arrivava. E ho sempre pensato fosse colpa mia, del fatto che forse quell'adesione infantile doveva finire prima o poi, che quasi era pericolosa, perchè spesso non andava in concomitanza con la qualità, che forse tutto era diventato un po' come offrire della panna a un pasticciere, che dopo un po' non ne può più. Che forse adesso ero io, io che non ne potevo più di me, più che dei libri, che non sapevo che farmene, di me. Di questo mio essere tremendamente ingombrante e romantica nell'accezione più odiosa e stantia dell'aggettivo, e intanto i primi dolori veri che arrivavano, con una stanchezza vuota anche, sì anche, per la stramaledetta letteratura.
Poi è tornata la mia amica Federica e mi ha regalato "Una moglie a Parigi" e ieri sul treno Pavia-Genova, carrozzanovepostocinquantaseifinestrino, ho chiuso l'ultima pagina e mi son messa a piangere, e non avevo neanche notato che i campi lì fuori era un pezzo che si eran trasformati in galleria e che stavo per arrivare a casa, che già si vedeva il mare.
Che ancora è troppo presto per parlare di questo libro, perchè ancora non riesco a distinguerlo da me. Ma la chiave era capire che è solo tutto più complicato ma la base è quella; che prima cercavo uno, due ingredienti fra le pagine e trovarli era facile, anche senza accontentarsi. Poi, di sovrastruttura in sovrastruttura tutto s'è intricato, la mia passione che si è trasformata in un ipertrofico spirito critico e in tanto cinismo, le mie esigenze, sconosciute anche a me come i miei sogni e il mio futuro e il senso del mio presente. In tutto questo serviva una dose massiccia di letteratura di quella vera, che mi ricordasse quanto mi piace, e poi una protagonista donna, certo, e l'Europa e il Novecento, e Parigi, ma non esclusivamente. E poi - così ovvio, ovvio come Baricco - serviva l'amore e serviva fosse raccontato in un modo che mi stupisse, in un modo mai letto. E sinceramente, mi sembrava impossibile esistesse un modi in cui non avevo letto l'amore.
Poi è arrivata questa storia su Hadley e Hemingway, e questa mia promessa: che appena saprò distinguere ciò che è del Libro con ciò che è mio, ne parlerò. Per ora mi basta il Libro e questo mio non saperne parlare: le mie amiche lo sanno, quando mi piace davvero qualcuno, non riesco a ricordarmene la faccia, non riesco a chiamarlo per nome.
giovedì 17 febbraio 2011
mercoledì 26 gennaio 2011
Un'amica dice che ci sono luoghi e luoghi, e che qualcuno sprigiona forze emotive. Io non ci credo, proprio no, però i miei luoghi ce li ho anch'io.
Lunedì sono rientrata in collegio dopo le vacanze di Natale a casa, le ultime: ho baciato il muro, nessuno mi vedeva, col cappotto ancora addosso, ho dato un bacino al muro.
Stamattina: "Genova Piazza Principe", rumore forte di freno e di treno, tre scale, valigia pesante, turisti francesi, turisti cinesi, ognuno uno della sua scortesia, ognuno chino come se avesse una malattia.
Ho guardato in alto, era una settimana che non vedevo il sole,
ho annusato ed era una settimana che non annusavo il sole, ho slacciato il cappotto per far entrare la luce del sole ed era una settimana che non avevo caldo,caldo di sole, ho guardato in alto e subito il mal di testa di una stupida, solita sbronza di azzurro, che ti manca come un maglione vecchio, che punge un po'.
Seguirò i miei piedi, e li seguirò per sempre
e non ci sarà niente di originale ma io li seguirò
e saranno memoria di casa mia
del mio gatto di 18 anni, che non vede, non sente, ma sempre ama e mi riconosce sempre, senza che io parli, senza che io arrivi, senza io odori di me.
Saranno memoria di casa mia,
scrivania grande
e un fratello verde che prima
mi spiega cos'è uno sciarpuccio
e poi me lo regala
e un padre
che quando passo dal porto gli scrivo sempre una poesia
e una madre
che le poesie è impossibile scriverle
che è troppo piccola e non sta nei quadretti.
Questi piedi andranno avanti,
e io li seguirò,
ma sempre saranno anche memoria
di quando le poesie erano nuove
di quando ho sorriso per il copriletto verde del collegio
e non sapevo
quanti sorrisi avrei ancora consumato lì dentro
uno dopo l'altro
come le sigarette durante la paura
come un'unghia mangiata
prima di un'avventura.
Che ancora non sapevo che sarebbero stati i giorni più belli della mia vita
che ancora non sapevo che
avevo quasi 19 anni
ed in realtà solo allora stavo nascendo
che ancora non sapevo
che dietro la porta c'era l'amore vero
principe della Disney coi capelli folti e neri
e un sorriso bianco come neve
di uomo
e mani da poeta come nessun principe
e residuo di cometa
venerdì 21 gennaio 2011
Ai primi passi,
al primo compleanno,
al primo bagno
alla prima Lady Marion,
alla prima Domenica delle Palme,
al primo diario,
alle prime lettere disegnate e goffe, tremolanti come budini,
ai primi quadretti,
al primo Ottimo,
alla prima espressione con le parentesi,
al primo pomeriggio fuori senza i genitori
al primo Mc Donald's che poi capirai e non ci andrai più, ma all'inizio sapeva di libertà,
alla prima matita sugli occhi,
al primo concerto,
al primo bacio,
al primo Dante,
alla prima sigaretta
alla prima lezione di filosofia,
al primo cuore spappolato,
alla prima volta alle elezioni,
alla prima immatricolazione,
al primo "mezz'etto di prraosciutto cotto" che mangi da sola, in quell'altra città da studiare,
al primo addio,
alla prima lode,
ai primi caffè di amiche,
alla Prima volta,
al Primo amore,
al primo ospedale,
al primo giornale,
alla prima notte prima del primo esame,
alla prima laurea,
alla prima lezione dall'altra parte,
alla prima crisi di panico,
al primo bagno nel golfo di Genova.
A tutte queste prime volte,
un fallimento che non è Primo,
ma il
primo che
fa paura
primo che
taglia le ali con un rasoio
primo che
raschia via settimane e attesa
primo che
al posto lascia
solo questo solito corpo
utile come
un ombrello rotto.
lunedì 17 gennaio 2011
domenica 2 gennaio 2011
A volte mi sento quasi circondata
Sono questi libri son sicura: ora, ora, lo dico senza compiacimento, ma solo con la schiena rotta. Non ne scrivo mai del peso dello studio, e dei miei studi poi: storie o letterature che scorrono piano, come non fossero già scadute. Logiche e problemi, e spine che si insidiano sotto i quintali di pagine, che chi mai le troverebbe, se non noi, che ci sporchiamo le mani della polvere di vecchi alfabeti e scopriamo misteri di cui poi non siamo capaci di parlare.
E allora ci dividiamo, e c’è la falange di chi si svilisce e si scava buche sotto i piedi, e ci si infila per sembrare più basso degli altri, per non spiegare o apparire, per fabbricarsi un mantello di invisibilità fatto di lode agli altri, lode alle scienze, all’utilità, spadroneggiando esperto fra i termini che costituiscono le nostre maggiori accuse: non costruisco ponti, non tagliuzzo il cancro, continuo solo a perdere diotrie, e no, non chiedete, non chiedetemi il perché, non lo capireste: siete meglio di così. Studio un qualcosa che secondo voi è facile e allora mi convinco che sia così e giocherello con la famosa questione in mano “da grande non troverò lavoro” e faccio finta di non aver paura.
Io, ecco io dentro sono così. Poi però c’è quello che mostro e io mi mostro della falange degli altri.
La falange di chi sa che impilando ogni sua conoscenza, come quantità, come quantità, si costruirebbe un trono in grado di fargli dominare chiunque, chiunque. Quel trono non lo costruisce e non lo costruirà mai, però lo paventa, poverino, è l’ unico gatto da guardia che ha, lo tiene stretto. Si svilisce ogni altro studio o scienza soltanto per prevenire, contrattaccare senza il contro (senza neanche l'attacco in realtà), le accuse che pioveranno, certamente. Si aspetta la domanda “ma filologia in che senso” per esibirsi in articolati giri di parole, giri giranti attorno al giro del nulla che tanto è nullo tanto è infinito: in fondo come potresti capire, in ogni caso non potresti capire.
Son una che fa Lettere, non sembra ci sia qualcosa da spiegare, in un film o sarei quella carina che declama poesie con occhi scintillanti, oppure quella che si ammazza di canne declamando Baudleaire, ed infilza serie e serie di banalità come le imparasse a scuola.
E ancora: forse son proprio così: però non vengo oggi al mare con voi, perché devo studiare.
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