Mi capita spesso di avere dei pensieri da scrivere; di ragionare per iscritto, intendo dire, di capire e capirmi tramite pensieri che paiono già di carta, paiono nati stropicciati. Sono riflessioni fra le più strane, alcune di risata, altre da soffocare. E mi succede sempre che poi facciano la fine di quel bucato che d'estate magari dimentichi appeso alla corda da stendere, un pezzo di costume, un asciugamano, che lasci lì magari per un mese, a prendersi tutto quel sole, che poi quando lo ritrovi sembra fatto di cartone. E' diventato una cosa dimenticata, superstite fortuito del tuo tentato omicidio, peggio, della tua disattenzione volontaria.
Cerco di recuperarli adesso, quei pensieri ormai seccati, in una serata che sa di sigaretta rubata, occhi strizzati e secchi - gli occhi secchi di Teresa - zanzare che si schiantano ottuse fuori da questa mia finestra verde, libri che si accumulano, qui, tutt'attorno, ottusi anche loro, indiscreti.Ero sotto la doccia giorni fa e mi sono accorta che stavo masticando una cicca. Sotto la doccia, che strano. Mi è venuto da ridere, che ho pensato che ho iniziato a diventare dipendente dalle gomme da masticare come chiunque voglia smettere di fumare, solo che non ho smesso e tuttavia, tuttavia sono già al punto di ritrovarmi una cicca in bocca, e ancora col sapore di menta, ancora a suggerirmi che l'ho scelta io, e da poco, e non ricordarlo. Sono già sul punto di riconoscermi nel bel mezzo di una dipendenza, in cui mi sono gettata per sfuggire da un'altra, che mi tengo ben stretta. Cicche sotto la doccia: queste cose incomplete, a metà sono proprio da me, così incredibilmente inadeguate. Quel masticare con l'acqua che mi pioveva addosso era il correlativo oggettivo del mio perenne non saper dove mettere le mani in certe situazioni, era l'allegoria del mio presentarmi con una sciarpa e un vecchio golf nero ad aperitivi primaverili dove le mie amiche sono dolci e colorate come farfalle e non voler confessare che il tempo e l'angoscia e il peso che mi ci sono voluti a mettere quel golf, giurerei che sono stati il triplo di quello che ci è voluto loro per scegliere un paio di ali perfettamente abbinate. Abbinate con tutto.
Quest'estate mi è capitato di venire a conoscenza del nome completo della donna/signora/badante/ragazza, che aiuta mio nonno la nancy, come la chiama lui, che col nostro accento di scogli e sale subito diventa un nome così vicino ovvio, grigio di strada, amico. E invece il suo cognome è lunghissimo e così altisonante e nobile e esotico e principesco. Che ti fa venire in mente diademi, caviglie abbronzate e donne bellissime, ricchezze e frutta d'oro. E ho pensato che mi ha fatto lo stesso effetto che mi dà ora pensare ai prezzi in lire, o pagare con valute diverse dalla mia; ricordare che Topolino costava tremiladuecento lire, che quasi ora tremiladuecento euro mi sembrano meno preziosi; pensare che in Corazia un pranzo da re con tutti i pesci del mare l'abbiamo pagato settanta kune, dieci euro, e abbiamo allineato su quel tavolo di legno tante di quelle banconote stropicciate, che sembravano quelle del Monopoli e sopra davvero avevano disegnati dei pesci. E insomma ho fatto questo collegamento, come se anche alcuni nomi fossero stati oggetto di una sorta di inflazione, come se di una ricchezza antica conservassero l'involucro lucido e profumato, a ricordare timidamente la Storia tutta maiuscola che vi giace dentro, a prender polvere.
Qualche giorno fa prima di addormentarmi ho pensato che avrei voluto scrivere la storia di una ragazza di nome Adela, nata a Cadice, così felice di appartenere ad un confine, a quella fine di mondo di case bianche di calce e Africa e colori forti, dove una macchia rossa e livida e scura può poi rivelarsi gaspacho; che poi magari ugualmente il sangue te lo bevi da un bicchiere, ben condito di basilico e olio d'oliva. Ho pensato a lungo a questa Adela, che ovviamente sarebbe stata studiosa di Letteratura, che ovviamente sarebbe finalmente giunta in Italia, ad insegnare. E sarebbe stata così curiosa, così emozionata di trovarsi di fronte un branco di occhi di esponenti di quel popolo così creativo, quella stessa gente che da schiava aveva incantato il mondo con la prospettiva o con l'ottava, la gente di Dante insomma, quegli italiani. E chissà quali sarebbero stati in realtà gli occhi che Adela si sarebbe trovata davanti. Pochi, innanzitutto, una dozzina, non di più; e poi Pavia e non Firenze o Roma, e poi bocche ruminanti e penne che cadono e cenni col capo automatici che non la smettono di annuire neppure quando sbaglia, che non accennano a tentennare, neppure quando chiede. La delusione quindi. Ma poi sarebbe successo qualcosa, ne ero sicura, in mezzo al disappunto avrebbe trovato, tra la polvere di gesso di una lezione, il paio d'occhi italiani che cercava, o forse solo la penna, le parole che cercava. O comunque qualcosa sarebbe successo. Non fosse stato per il sonno che pian piano aveva stinto la figura di Adela come fosse stata un acquerello caduto in mare e non l'avesse trascinata anch'essa fra i panni secchi e dimenticati della memoria.
Oggi studiavo, ero vicino alla finestra e ogni tanto lo sguardo mi sfuggiva, quasi a voler respirare si metteva a frugare fra i tetti rossi di Pavia e quando tornava indietro, portava con sè pensieri strani. Affianco a me si studiava di medicina o giurisprudenza; e ho riflettuto sull'Età dell'Oro, ed ho pensato che se questa benedetta Arcadia esistesse davvero, lì non ci sarebbero libroni di anatomia, perchè l'uomo non avrebbe mai male; e nessun manuale di Diritto Privato, ovviamente, perchè l'uomo non farebbe mai male. E poi ho sorriso perchè ho pensato che la Letteratura invece, sarebbe stata ovunque. Che non nasce da ciò che all'uomo manca per esser perfezione, non nasce da un meno, ma da un più. Nasce da tutto quello che l'uomo ha al posto della perfezione, nasce da ciò che di creatore c'è nell'uomo, da ciò che non va costruito, da ciò che non va cercato, non nasce perchè è già espressione, è ogni albero di Arcadia, ogni sua foglia d'oro, fatta di parole.