venerdì 20 maggio 2011

Questo "blog" è la dimostrazione palese del mio non riuscire più a scrivere. Totale disfatta disarmante. Ma Marco ha letto la mia cosa sui libri, penso sia l'unico che l'ha fatto, che poi in realtà gliel'ho letto io però insomma Marco ha letto e Marco ha detto; ha detto che non ho mai scritto una cosa più vera - io avrei detto più brutta ma poi mi sono smentita con il post successivo e allora ritorno su quell'aggettivo, e me lo arrotolo fra la lingua e provo a capirne il gusto - e non lo trovo. Non trovo il "vero" che devo trovare per far sorridere di nuovo quel sorriso così, che ora mi pare la ricetta per salvare il mondo, far sorridere quel sorriso con un altro aggettivo "vero".
E allora zonzo fra questa camera verde di De Gregori e disordine e tactac dei tasti - che è incredibile questo nuovo pc che tutti i tasti fanno tac, manco un tic, molto da me, mi piace tantissimo - TAC - . Ho appena chiuso una conversazione Facebook con il mio amico, mi sono appena mandata sms con la mia amica, la testa scoppia di studio appiccicoso, l'unico riposo pare comunicare (ancora? Ma come è possibile?) e i miei amici che mi consegnano lievi quel solito dolce biglietto da visita, che mi allungano sorridenti, prima di lasciarmi:   

                       grazietere. 

Grazietere, grazietere, un'altra parola che trasformo in caramella, che ripeto fino a toglierle tutta la vernice del significato, fino a farla tornare trasparente scheletro di parole, per cercarne le vertebre, per contarne le ossa - grazietere - No, per scoprire che non le trovo, che continuo a non capire, solo so, che son brava a parlare, consigliare, confortare, accudire, forse ad una condizione, regola, postulato, assioma, anzi proprio legge, tipo la Tobler Mussafia: che a nessuno di questi verbi, una volta declinato alla prima persona singolare di qualsiasi tempo, sia mai apposta la particella enclitica riflessiva -mi. Mai. Legge.


Non so parlarmi, non consigliarmi, non confortarmi, non accudirmi.


Che ora l'eccezione va trovata pena la noia grigia, da regola inviolata:


so scapparmi, so scapparmi.


E ora lo faccio così, con de Gregori che mi parla del mio tempo verbale preferito.


martedì 17 maggio 2011

Mi metto on line su Facebook, e poi anche su Skype, che se ci fosse Rachi mi scriverebbe "Picci, devo preoccuparmi?" che lo sa, che se mi faccio trovare, allora vuol dire che sto male; che se mi faccio trovare, allora vuol dire che sì, voglio far preoccupare, voglio parlare con qualcuno e dirgli che sto male. Che non bastano i punti e virgola da nascondermici dentro, che anche se premo forte le tempie il mal di testa non passa, che anche se grido il suono non esce, solo funziona mettere la testa piegata contro le ginocchia e stare così, levigata, liscia, asciutta, sciacquata come sasso di risacca sciabordata, forte e lucida, chiudere gli occhi e immaginarmi ferma-immaginarmi in mezzo a un'onda.
E smetterla di voler capire qual è il punto esatto in cui si rompono le cose, e smetterla di voler immaginare un momento stretto di tempo strizzato e gocce di futuro che finalmente si svelano, che lenti serpenti dilagano e mi rispondono, e diventano presente. E smetterla di voler sapere a causa di quale dannata ricetta riesco così bene a sentirmi sola in mezzo a tanti e smetterla di voler scoprire che cosa mia avvelena il sonno e il risveglio ma non si fa dare un nome e. E poi finirla di scappare da quella bambina con gli occhiali tondi e blu, la polo verde e lo sguardo fisso e pulito che mi diceva "Voglio scrivere di storie" e finalmente gettarle in faccia questo sguardo ancora verde e meno blu e un po' più grigio e un po' più bigio e ligio e dirglielo, dirglielo e basta che quelle storie non le trovo più.

domenica 15 maggio 2011

Il Libro





Oggi è una di quelle mattinate - di quelle domeniche mattina - in cui sono inquieta. E un po' felice. Ed è in 
questi momenti che sento una voglia prepotente di scrivere e poi non ci riesco mai e rimango lì a implodere, a lasciare esplodere piano, e dentro, quel che vorrei dire, foss'anche solo un non dir niente.
E  allora questa volta faccio le cose per bene, le faccio piano, soggettoverbooggetto a non lasciarmi fregare, a scrivere piano di quello che scorre troppo veloce.
Ci siamo.
Dicevo, mi sento pazza: principalmente perchè da ieri sono innamorata di Ernest Hemingway, senza averne l'età nè l'intenzione; è che è successo un qualcosa che non doveva succeder più: ho ritrovato Un Libro, uno di quelli. 
Tutta la mia vita è stata costellata di libri, ma fra questi alcuni - che "alcuni" è brutto, direi di più "una manciata" - una manciata ecco sono entrati sotto la mia pelle ed hanno iniziato a scorrere, e io sono rimasta sempre io ma insomma ero fatta di anche di loro, da quel momento in poi. Non sono stati i libri più belli che abbia mai letto, anzi; non sono solo quelli che ricordo perfettamente ancor oggi, sono semplicemente stati quelli giusti, quelli della me di quel momento, che ti fanno pensare come un bambino, come un innamorato che è fra mille innamorati ma pensa che quella canzone/quel tramonto/quel sole di quel giorno su quel mare sia solo per lui. Ecco, quei libri sono stati miei, questo è il punto. Tutto dev'essere partito quand'ero ben piccola, e alle elementari - ebbene sì e sì, avevo anche gli occhiali tondi, ovviamente - facevo la bibliotecaria e avevo accesso a quella che mi sembrava una quantità industriale di libri- tipo quella de "la Bella e la bestia", per capirci. Era quando mi ritrovavo da una parte in Bianca Pitzorno e dall'altra in quei classici un po'polpettoni come "Senza famiglia" o "Il piccolo Lord": quelli sono stati i miei primi Libri. 
Poi con le medie, prima l'amore incondizionato per "Piccole Donne" e poi, poi l'arrivo banale, trito, scontato, di uno di quei libri che mi hanno rovinata più dei principi della Disney coi capelli di seta che non si voltano mai, più di ogni "e vissero per sempre felici e contenti" che abbia mai sentito, più di ogni singolo bacio televisivo: le ottocento e passa pagine di "Via col vento" che ho buttato giù in una settimana, ecco, sono convinta, sono state l'origine di molti miei mali. Mali fantastici, certo, che non scambierei mai, ma ai quali avrei ripensato anni dopo, con le budella rovesciate nel riconoscermi di fronte ad un reale "francamente me ne infischio" o ancora dopo, a trovarmi contro una rivale slavata e dalla faccia un po' triangolare, come Melania Hamilton, o dopo ancora, a capire che il mio Ashley era finto e trasparente non meno di quello vero - parlo di quello di carta. O dopo, dopo, quando per un pelo il mio Rett non me lo facevo scappare anch'io. Dal punto di vista medico poi - certo - il passare la settimana successiva attaccata ossessivamente alle ulteriori mille pagine di "Rossella", sequel dell'amato libro scritto da un'eroica professoressa americana di letteratura che non voleva accettare che Rett se ne infischiasse davvero, beh forse dal punto di vista medico il mio essere una ventenne alla quale mancano sette diotrie su dieci può vedere una lontana origine in quegli anni di prime letture folli e pazze.
 E così ci fu "Via col vento", e poi "Madame Bovary" per non parlare di "Jane Eyre" ma anche de "Il mandolino del capitano Corelli" e insomma tutto il mio periodo tremendamente diabetico, meraviglioso ed appiccicoso, costellato di altre migliaia e migliaia di libri che sapevano di sabbia magari o forse di treno/autobus marciapiede ma insomma nessun Libro, per capirci. 
Col ginnasio i miei precisi, romantici, ben costruiti argini furono travolti dal greco prima ,e da Dante poi, e destinati spietatamente ad allargarsi e arrendersi. Improvvisamente, presentarsi come discepola dell'egoismo O'Hara non sembrò più quel titolo nobiliare che credevo, le mie nuove compagne avevano impiegato i pochi anni alle spalle su letture più edificanti, importanti, dai "Miserabili" a "I Buddenbrook", da Svevo a Moravia. Come un'ossessa iniziai allora a  recuperare, secondo una nuova direzione, e anche a superarle, perchè no, quasi certa che però un nuovo Libro, fra questi, non l'avrei più trovato. 
Che quando arrivò "Saltatempo" di Benni, che arrivò coi miei quindici anni e quella caterva di felicità che avrei dovuto dosare fino ai diciotto, invece che mangiarmi tutta in quei mesi, quasi non ci credevo. Di averne trovato un altro così palesemente mio. Saltatempo e  i suoi neologismi ed il suo personaggio scrittore e le sue risate, mi entrarono ovunque e non uscirono mai più, conficcandosi nell'esatto punto di me in cui nasce il riso e la curiosità sana per il futuro. Da lì all'amore Baricco il passo non fu breve, ma un po' ovvio,"Oceano Mare" diventò ancor più ovviamente parte del mio stupore e parte del mio pensare a quanto si potesse far volare, a saper usare una penna e così tutto il resto di Baricco che condizionò il mio accanito scrivere di quegli anni, che fu tremendo infatti, tutto un susseguirsi di punti e spazi e parole che dovevano risaltare come squilli e invece non lo facevano mai, perchè sembravano sperdute. In mezzo poi tutta la letteratura che studiai certo, il mio tremare in classe per "L'assiuolo" o il mio romantico fremere per Foscolo, il mio angosciarmi per il ghiaccio che si incrinava sotto i piedi dell'amica sfrontata di Gozzano. Il mio tornare sempre a Dante dopo tutto. Ma in tutto questo ricordo anche serate persa fra i nomi di Marquez e poi quasi di riflesso su tutte quelle donne della Allende, a confermare che la mia voglia di storie era rimasta intatta e che i libri davanti erano ancora tantissimi, si trattava solo di trovarli, lavoro mica facile. 
Divoravo di tutto in quegli anni, tanto neorealismo, ma anche i russi - quell'estate, su Anna Karenina- i Malavoglia e tutto lo Svevo che c'era e poi la pausa di una lacrima vera per "Il sentiero dei nidi di ragno" che penso di avere ancora il segno su una guancia. E nel mezzo sempre un desiderio di tener la penna in mano  ma senza capire mai come impugnarla. L'amore per "La lingua salvata" di Canetti, il rifiuto per Ammaniti, la Tamaro e quasi tutta la Mazzantini, la scoperta del "Vecchio e il mare" e poi di Kundera che fu quasi un amore vero e il ritorno, come sempre, a Dante. 
Dei libri dell'università poi, che dire - che uno si aspetta che se studia Lettere fondamentalmente non farà altro e no, non solo non è stato così, ma quando lo è stato, questi libri venivano da fuori, li leggevo, li godevo, ma mai avrebbero potuto essere i Miei.
Poi certo, arrivò tutto il resto di Calvino, tutto quello che di lui non avevo letto e anche tutto quello che avevo letto ma male. E quelli furono giorni bellissimi, sino a un viaggio in Spagna di tapas e trilogia degli antenati ed al sogno di crearci un lavoro, su tutti quei libri.

Ma insomma, era un po' ormai che il mio Libro non arrivava. E ho sempre pensato fosse colpa mia, del fatto che forse quell'adesione infantile doveva finire prima o poi, che quasi era pericolosa, perchè spesso non andava in concomitanza con la qualità, che forse tutto era diventato un po' come offrire della panna a un pasticciere, che dopo un po' non ne può più. Che forse adesso ero io, io che non ne potevo più di me, più che dei libri, che non sapevo che farmene, di me. Di questo mio essere tremendamente ingombrante e romantica nell'accezione più odiosa e stantia dell'aggettivo, e intanto i primi dolori veri che arrivavano, con una stanchezza vuota anche, sì anche, per la stramaledetta letteratura.

Poi è tornata la mia amica Federica e mi ha regalato "Una moglie a Parigi" e ieri sul treno Pavia-Genova, carrozzanovepostocinquantaseifinestrino, ho chiuso l'ultima pagina e mi son messa a piangere, e non avevo neanche notato che i campi lì fuori era un pezzo che si eran trasformati in galleria e che stavo per arrivare a casa, che già si vedeva il mare.
Che ancora è troppo presto per parlare di questo libro, perchè ancora non riesco a distinguerlo da me. Ma la chiave era capire che è solo tutto più complicato ma la base è quella; che prima cercavo uno, due ingredienti fra le pagine e trovarli era facile, anche senza accontentarsi. Poi, di sovrastruttura in sovrastruttura tutto s'è intricato, la mia passione che si è trasformata in un ipertrofico spirito critico e in tanto cinismo, le mie esigenze, sconosciute anche a me come i miei sogni e il mio futuro e il senso del mio presente. In tutto questo serviva una dose massiccia di letteratura di quella vera, che mi ricordasse quanto mi piace, e poi una protagonista donna, certo, e l'Europa e il Novecento, e Parigi, ma non esclusivamente. E poi - così ovvio, ovvio come Baricco - serviva l'amore e serviva fosse raccontato in un modo che mi stupisse, in un modo mai letto. E sinceramente, mi sembrava impossibile esistesse un modi in cui non avevo letto l'amore.

Poi è arrivata questa storia su Hadley e Hemingway, e questa mia promessa: che appena saprò distinguere ciò che è del Libro con ciò che è mio, ne parlerò. Per ora mi basta il Libro e questo mio non saperne parlare: le mie amiche lo sanno, quando mi piace davvero qualcuno, non riesco a ricordarmene la faccia, non riesco a chiamarlo per nome.