Mi metto on line su Facebook, e poi anche su Skype, che se ci fosse Rachi mi scriverebbe "Picci, devo preoccuparmi?" che lo sa, che se mi faccio trovare, allora vuol dire che sto male; che se mi faccio trovare, allora vuol dire che sì, voglio far preoccupare, voglio parlare con qualcuno e dirgli che sto male. Che non bastano i punti e virgola da nascondermici dentro, che anche se premo forte le tempie il mal di testa non passa, che anche se grido il suono non esce, solo funziona mettere la testa piegata contro le ginocchia e stare così, levigata, liscia, asciutta, sciacquata come sasso di risacca sciabordata, forte e lucida, chiudere gli occhi e immaginarmi ferma-immaginarmi in mezzo a un'onda.
E smetterla di voler capire qual è il punto esatto in cui si rompono le cose, e smetterla di voler immaginare un momento stretto di tempo strizzato e gocce di futuro che finalmente si svelano, che lenti serpenti dilagano e mi rispondono, e diventano presente. E smetterla di voler sapere a causa di quale dannata ricetta riesco così bene a sentirmi sola in mezzo a tanti e smetterla di voler scoprire che cosa mia avvelena il sonno e il risveglio ma non si fa dare un nome e. E poi finirla di scappare da quella bambina con gli occhiali tondi e blu, la polo verde e lo sguardo fisso e pulito che mi diceva "Voglio scrivere di storie" e finalmente gettarle in faccia questo sguardo ancora verde e meno blu e un po' più grigio e un po' più bigio e ligio e dirglielo, dirglielo e basta che quelle storie non le trovo più.
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