giovedì 17 febbraio 2011
mercoledì 26 gennaio 2011
Un'amica dice che ci sono luoghi e luoghi, e che qualcuno sprigiona forze emotive. Io non ci credo, proprio no, però i miei luoghi ce li ho anch'io.
Lunedì sono rientrata in collegio dopo le vacanze di Natale a casa, le ultime: ho baciato il muro, nessuno mi vedeva, col cappotto ancora addosso, ho dato un bacino al muro.
Stamattina: "Genova Piazza Principe", rumore forte di freno e di treno, tre scale, valigia pesante, turisti francesi, turisti cinesi, ognuno uno della sua scortesia, ognuno chino come se avesse una malattia.
Ho guardato in alto, era una settimana che non vedevo il sole,
ho annusato ed era una settimana che non annusavo il sole, ho slacciato il cappotto per far entrare la luce del sole ed era una settimana che non avevo caldo,caldo di sole, ho guardato in alto e subito il mal di testa di una stupida, solita sbronza di azzurro, che ti manca come un maglione vecchio, che punge un po'.
Seguirò i miei piedi, e li seguirò per sempre
e non ci sarà niente di originale ma io li seguirò
e saranno memoria di casa mia
del mio gatto di 18 anni, che non vede, non sente, ma sempre ama e mi riconosce sempre, senza che io parli, senza che io arrivi, senza io odori di me.
Saranno memoria di casa mia,
scrivania grande
e un fratello verde che prima
mi spiega cos'è uno sciarpuccio
e poi me lo regala
e un padre
che quando passo dal porto gli scrivo sempre una poesia
e una madre
che le poesie è impossibile scriverle
che è troppo piccola e non sta nei quadretti.
Questi piedi andranno avanti,
e io li seguirò,
ma sempre saranno anche memoria
di quando le poesie erano nuove
di quando ho sorriso per il copriletto verde del collegio
e non sapevo
quanti sorrisi avrei ancora consumato lì dentro
uno dopo l'altro
come le sigarette durante la paura
come un'unghia mangiata
prima di un'avventura.
Che ancora non sapevo che sarebbero stati i giorni più belli della mia vita
che ancora non sapevo che
avevo quasi 19 anni
ed in realtà solo allora stavo nascendo
che ancora non sapevo
che dietro la porta c'era l'amore vero
principe della Disney coi capelli folti e neri
e un sorriso bianco come neve
di uomo
e mani da poeta come nessun principe
e residuo di cometa
venerdì 21 gennaio 2011
Ai primi passi,
al primo compleanno,
al primo bagno
alla prima Lady Marion,
alla prima Domenica delle Palme,
al primo diario,
alle prime lettere disegnate e goffe, tremolanti come budini,
ai primi quadretti,
al primo Ottimo,
alla prima espressione con le parentesi,
al primo pomeriggio fuori senza i genitori
al primo Mc Donald's che poi capirai e non ci andrai più, ma all'inizio sapeva di libertà,
alla prima matita sugli occhi,
al primo concerto,
al primo bacio,
al primo Dante,
alla prima sigaretta
alla prima lezione di filosofia,
al primo cuore spappolato,
alla prima volta alle elezioni,
alla prima immatricolazione,
al primo "mezz'etto di prraosciutto cotto" che mangi da sola, in quell'altra città da studiare,
al primo addio,
alla prima lode,
ai primi caffè di amiche,
alla Prima volta,
al Primo amore,
al primo ospedale,
al primo giornale,
alla prima notte prima del primo esame,
alla prima laurea,
alla prima lezione dall'altra parte,
alla prima crisi di panico,
al primo bagno nel golfo di Genova.
A tutte queste prime volte,
un fallimento che non è Primo,
ma il
primo che
fa paura
primo che
taglia le ali con un rasoio
primo che
raschia via settimane e attesa
primo che
al posto lascia
solo questo solito corpo
utile come
un ombrello rotto.
lunedì 17 gennaio 2011
domenica 2 gennaio 2011
A volte mi sento quasi circondata
Sono questi libri son sicura: ora, ora, lo dico senza compiacimento, ma solo con la schiena rotta. Non ne scrivo mai del peso dello studio, e dei miei studi poi: storie o letterature che scorrono piano, come non fossero già scadute. Logiche e problemi, e spine che si insidiano sotto i quintali di pagine, che chi mai le troverebbe, se non noi, che ci sporchiamo le mani della polvere di vecchi alfabeti e scopriamo misteri di cui poi non siamo capaci di parlare.
E allora ci dividiamo, e c’è la falange di chi si svilisce e si scava buche sotto i piedi, e ci si infila per sembrare più basso degli altri, per non spiegare o apparire, per fabbricarsi un mantello di invisibilità fatto di lode agli altri, lode alle scienze, all’utilità, spadroneggiando esperto fra i termini che costituiscono le nostre maggiori accuse: non costruisco ponti, non tagliuzzo il cancro, continuo solo a perdere diotrie, e no, non chiedete, non chiedetemi il perché, non lo capireste: siete meglio di così. Studio un qualcosa che secondo voi è facile e allora mi convinco che sia così e giocherello con la famosa questione in mano “da grande non troverò lavoro” e faccio finta di non aver paura.
Io, ecco io dentro sono così. Poi però c’è quello che mostro e io mi mostro della falange degli altri.
La falange di chi sa che impilando ogni sua conoscenza, come quantità, come quantità, si costruirebbe un trono in grado di fargli dominare chiunque, chiunque. Quel trono non lo costruisce e non lo costruirà mai, però lo paventa, poverino, è l’ unico gatto da guardia che ha, lo tiene stretto. Si svilisce ogni altro studio o scienza soltanto per prevenire, contrattaccare senza il contro (senza neanche l'attacco in realtà), le accuse che pioveranno, certamente. Si aspetta la domanda “ma filologia in che senso” per esibirsi in articolati giri di parole, giri giranti attorno al giro del nulla che tanto è nullo tanto è infinito: in fondo come potresti capire, in ogni caso non potresti capire.
Son una che fa Lettere, non sembra ci sia qualcosa da spiegare, in un film o sarei quella carina che declama poesie con occhi scintillanti, oppure quella che si ammazza di canne declamando Baudleaire, ed infilza serie e serie di banalità come le imparasse a scuola.
E ancora: forse son proprio così: però non vengo oggi al mare con voi, perché devo studiare.
martedì 28 dicembre 2010
"Tu sei una che guarda sempre al passato, ti servirebbe uno specchietto retrovisore."
Eccola: una della frasi che ti centrano in pieno, un martedì sera, davanti a “Sex and the city”. Ti fanno capire che forse eri un mirino, consapevole di sé solo dopo essere stato irrimediabilmente colpito.
Torno in camera, gironzolo, c’è odore forte di disordine e attesa. Fumo una sigaretta, mi affaccio alla finestra e subito è Genova. Di fronte a me, dietro a tende altrui, improvvisamente vicine, scostate, scorgo un albero di Natale e attorno, luce gialla.
(Il pensiero non smetterebbe mai di vagare alla ricerca di destini altrui, destini di burro, di marzapane, storie scritte col silenzio perché in fondo non scritte, storie alla portata di tutti, nascosti ostelli della fantasia.)
Alle spalle tutto questo, ma attorno quella frase – e su questa pagina gioco di deittici invece, che mi lusinga e mi parla di “Infinito”-, dunque: dentro me, questa frase.
Penso al passato , poi penso di nuovo al telefilm e a quel gusto che le protagoniste hanno per le etichette: “single” ma non solo: “divorziata” “lesbica”, “sposata”. Penso alla mia allora (che forse ho trovato il filo): la mia parola è "fidanzata", non c’è niente da fare: il tempo e gli anni hanno disegnato ogni lettera. Ma dietro, dietro a questa parola miriadi di emozioni, fatti, pensieri, vacanze, mare d’inverno o nebbia d’estate.
Il fatto è che se anch’io – come tutte, come molte – ho bisogno di uno specchietto retrovisore, beh allora ci dev’essere qualcosa che davvero mi piace là dietro.
Forse, forse, quel che mi piace è l’errore, il mio errore, come si dice “l’errore di autovalutazione”. Quell'errore che prima era certezza, quel “il massimo che posso trovare è lui, che non mi piace ma almeno rimane” che cade come accetta su ogni pagina di diario e poi scorge la propria disfatta così poco tempo dopo, dietro ad un nuovo bacio, ad un nuovo lui, che rimarranno, pur facendoti impazzire.
L’errore, l’errore: l’errore di quando sei in quel momento, in cui odi la frase “cuore in mille pezzi”, o “cuore spezzato”, perché non è di questo che si parla, non è solo lo stupido cuore ad essersi spaccato: ti sei rotta il cervello e la punta delle dita, son feriti i piedi che ti han condotto male, s’è spaccato il petto che ti ha fatto amare, è la fine di troppi capelli e una caduta libera d’acqua e sale e poi acqua e poi sale. E’ quella sete incredibile che ti pervade ogni ora, a ricordarti ogni singola goccia di dolore che hai versato, a ricordarti della tua malattia impalpabile. Ma, più di tutto questo, quando sono stata “spaccata” c’era una cosa sulle altre a sgretolarmi: il pensiero che mai, mai sarei guarita. Che avrei finto di farlo, avrei riso e riso tanto, avrei detto sì a qualsiasi pensiero, ma mai, mai sarei guarita.
Ed ora sono qui, con gli occhi fissi sul mio specchietto retrovisore, non li scollerei mai, ventose innamorate di liscia parete. E capisco il perché: perché sono guarita , perché mi sbagliavo, perché mi sono sempre sbagliata, perché i miei più alti salti al cielo sempre li ho spiccati dopo mie, mie, previsioni sbagliate.
Perché ogni mia tristezza mancata mi ha insegnato che davvero non si conosce il profumo che passerà attraverso ogni spicchio di finestra aperta.
Che davvero qualche dolore può essere un errore.
Che in tutto quel mondo che pestiamo sotto ogni nostro singolo passo può strisciare la morte, ma che in quello che ancora segue, è permesso resuscitare.
E allora sgraniamo questo elogio all'errore che mette i trampoli ad ogni felicità inaspettata, e allora innamoriamoci di questo specchietto retrovisore, misura e peso di ogni prematura arresa.
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