"Tu sei una che guarda sempre al passato, ti servirebbe uno specchietto retrovisore."
Eccola: una della frasi che ti centrano in pieno, un martedì sera, davanti a “Sex and the city”. Ti fanno capire che forse eri un mirino, consapevole di sé solo dopo essere stato irrimediabilmente colpito.
Torno in camera, gironzolo, c’è odore forte di disordine e attesa. Fumo una sigaretta, mi affaccio alla finestra e subito è Genova. Di fronte a me, dietro a tende altrui, improvvisamente vicine, scostate, scorgo un albero di Natale e attorno, luce gialla.
(Il pensiero non smetterebbe mai di vagare alla ricerca di destini altrui, destini di burro, di marzapane, storie scritte col silenzio perché in fondo non scritte, storie alla portata di tutti, nascosti ostelli della fantasia.)
Alle spalle tutto questo, ma attorno quella frase – e su questa pagina gioco di deittici invece, che mi lusinga e mi parla di “Infinito”-, dunque: dentro me, questa frase.
Penso al passato , poi penso di nuovo al telefilm e a quel gusto che le protagoniste hanno per le etichette: “single” ma non solo: “divorziata” “lesbica”, “sposata”. Penso alla mia allora (che forse ho trovato il filo): la mia parola è "fidanzata", non c’è niente da fare: il tempo e gli anni hanno disegnato ogni lettera. Ma dietro, dietro a questa parola miriadi di emozioni, fatti, pensieri, vacanze, mare d’inverno o nebbia d’estate.
Il fatto è che se anch’io – come tutte, come molte – ho bisogno di uno specchietto retrovisore, beh allora ci dev’essere qualcosa che davvero mi piace là dietro.
Forse, forse, quel che mi piace è l’errore, il mio errore, come si dice “l’errore di autovalutazione”. Quell'errore che prima era certezza, quel “il massimo che posso trovare è lui, che non mi piace ma almeno rimane” che cade come accetta su ogni pagina di diario e poi scorge la propria disfatta così poco tempo dopo, dietro ad un nuovo bacio, ad un nuovo lui, che rimarranno, pur facendoti impazzire.
L’errore, l’errore: l’errore di quando sei in quel momento, in cui odi la frase “cuore in mille pezzi”, o “cuore spezzato”, perché non è di questo che si parla, non è solo lo stupido cuore ad essersi spaccato: ti sei rotta il cervello e la punta delle dita, son feriti i piedi che ti han condotto male, s’è spaccato il petto che ti ha fatto amare, è la fine di troppi capelli e una caduta libera d’acqua e sale e poi acqua e poi sale. E’ quella sete incredibile che ti pervade ogni ora, a ricordarti ogni singola goccia di dolore che hai versato, a ricordarti della tua malattia impalpabile. Ma, più di tutto questo, quando sono stata “spaccata” c’era una cosa sulle altre a sgretolarmi: il pensiero che mai, mai sarei guarita. Che avrei finto di farlo, avrei riso e riso tanto, avrei detto sì a qualsiasi pensiero, ma mai, mai sarei guarita.
Ed ora sono qui, con gli occhi fissi sul mio specchietto retrovisore, non li scollerei mai, ventose innamorate di liscia parete. E capisco il perché: perché sono guarita , perché mi sbagliavo, perché mi sono sempre sbagliata, perché i miei più alti salti al cielo sempre li ho spiccati dopo mie, mie, previsioni sbagliate.
Perché ogni mia tristezza mancata mi ha insegnato che davvero non si conosce il profumo che passerà attraverso ogni spicchio di finestra aperta.
Che davvero qualche dolore può essere un errore.
Che in tutto quel mondo che pestiamo sotto ogni nostro singolo passo può strisciare la morte, ma che in quello che ancora segue, è permesso resuscitare.
E allora sgraniamo questo elogio all'errore che mette i trampoli ad ogni felicità inaspettata, e allora innamoriamoci di questo specchietto retrovisore, misura e peso di ogni prematura arresa.
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