È che sono qui con questo cursore che mi lampeggia davanti e mi parla dell’intermittenza, dell’intermittenza di questo mio cuore, dei pensieri, del sonno, della sete mia disperata di inchiostro.
Rachi oggi ha detto “c’è gente che cerca la felicità e gente che punta solo alla serenità, io sono fra i primi, e non posso farci niente e passo anche attraverso il dolore per raggiungerla, questa benedetta felicità.”
E di fronte a lei, di fronte a lei c’ero io, io. Io che insomma sono come lei, no? Quasi per definizione, sono Teresa, faccio Lettere cerco chi sono fra Leopardi e De Andrè e sono una così, cerco la felicità, il batticuore, il dolore che strappa, la carezza che cura, di tutto per un cuore che batte: Teresa, no? Poi però penso, mi guardo: chi sono io davvero, chi?
Siamo sicuri sia ancora così, lo siamo davvero?
So ancora farli i tuffi di testa o sono troppo stanca ora per volare?
Siamo sicuri sia ancora così o che non ci sia semplicemente un mare di cose da fare e del tempo rubato per sentire chi sono?
Di fronte a me ci sono io: tessuto di fragilità, io, senza nome, senza città.
Di fronte a me ci sono io, un fragore che mica ha voce
solo implode in se stesso,
continuamente,
con note da non notare
con parole di cui non parlare.
Di fronte, di fronte a me ci sono io,
Io, io di sempre, dove sono finita?
Io, che correvo a mille contro un muro, se solo mi prometteva una carezza, io, io che sul tavolo
da gioco, barattavo cinque anni di aghi dritti nel cuore, per qualche giornata di
sole,
sale,
quindici anni
per cantare.
Di fronte a me ci sono io,
ma in realtà dove sono, circondata sempre da queste
benedette
parole
che non mi lasciano remare in pace /
non mi lasciano approdare /
ma neanche mi concedono un naufragio da ricordare, solo questo viaggio sballottato e stanco solo una penna in pugno, stille di inchiostro, intruse nelle vene, MA solo una manciata di parole per esprimere il caos.
C’ero io dunque di fronte a me,
e mi guardavo,
mi scrutavo
minuziosa
(uno scarafaggio)
facevo l’autopsia dei miei pensieri
cercavo di capire
quelle pieghe
che son me,
cercavo di leccare
le gocce stanche di chi ero.
Continuavo fra il buio
a tastare il mio passato prossimo
per ritrovare
una qualche carta di identità
Sorridendo
amara,
alla fine
con rumore
come di
tonfo:
Eccomi
Eccomi ci sono
e sono io
e la me di sempre e lo so perché:
perché cerco frugo,
imploro
qualche indizio di futuro,
fra le orme che ho alle spalle.
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