venerdì 21 gennaio 2011

Ai primi passi,
al primo compleanno, 
al primo bagno
alla prima Lady Marion,
alla prima Domenica delle Palme,
al primo diario,
alle prime lettere disegnate e goffe, tremolanti come budini,
ai primi quadretti, 
al primo Ottimo, 
alla prima espressione con le parentesi,
al primo pomeriggio fuori senza i genitori
al primo Mc Donald's che poi capirai e non ci andrai più, ma all'inizio sapeva di libertà,
alla prima matita sugli occhi,
al primo concerto,
al primo bacio,
al primo Dante,
alla prima sigaretta
alla prima lezione di filosofia,
al primo cuore spappolato,
alla prima volta alle elezioni,
alla prima immatricolazione,
al primo "mezz'etto di prraosciutto cotto" che mangi da sola, in quell'altra città da studiare,
al primo addio,
alla prima lode,
ai primi caffè di amiche,
alla Prima volta,
al Primo amore,
al primo ospedale,
al primo giornale,
alla prima notte prima del primo esame,
alla prima laurea,
alla prima lezione dall'altra parte,
alla prima crisi di panico,
al primo bagno nel golfo di Genova.

A tutte queste prime volte, 
un fallimento che non è Primo, 
ma il 
primo che
fa paura
primo che
taglia le ali con un rasoio
primo che
raschia via settimane e attesa
primo che
 al posto lascia
solo questo solito corpo
utile come 
un ombrello rotto.

domenica 2 gennaio 2011

A volte mi sento quasi circondata



Sono questi libri son sicura: ora, ora, lo dico senza compiacimento, ma solo con la schiena rotta. Non ne scrivo mai del peso dello studio, e dei miei studi poi: storie o letterature che scorrono piano, come non fossero già scadute. Logiche e problemi, e spine che si insidiano sotto  i quintali di pagine, che chi mai le troverebbe, se non noi, che ci sporchiamo le mani della polvere di vecchi alfabeti e scopriamo misteri  di cui poi non siamo capaci di parlare.

E allora ci dividiamo, e c’è la falange di chi si svilisce e si scava buche sotto i piedi, e ci si infila per sembrare più basso degli altri, per non spiegare o apparire, per fabbricarsi un mantello di invisibilità fatto di lode agli altri, lode alle scienze, all’utilità, spadroneggiando esperto fra i termini che costituiscono le nostre maggiori accuse: non costruisco ponti, non tagliuzzo il cancro, continuo solo a perdere diotrie, e no, non chiedete, non  chiedetemi il perché, non lo capireste: siete meglio di così. Studio un qualcosa che secondo voi è facile e allora mi convinco che sia così e giocherello con la famosa questione in mano “da grande non troverò lavoro” e faccio finta di non aver paura.

Io, ecco io dentro sono così. Poi però c’è quello che mostro e  io mi mostro della falange degli altri.

La falange di chi sa che impilando ogni sua conoscenza, come quantità, come quantità, si costruirebbe un trono in grado di fargli dominare chiunque, chiunque. Quel trono non lo costruisce e non lo costruirà mai, però lo paventa, poverino, è l’ unico gatto da guardia che  ha, lo tiene stretto. Si svilisce ogni altro studio o scienza  soltanto per prevenire, contrattaccare senza il contro (senza neanche l'attacco in realtà), le accuse che pioveranno, certamente. Si aspetta la domanda “ma filologia in che senso” per esibirsi in articolati giri di parole, giri giranti attorno al giro del nulla che tanto è nullo tanto è infinito:  in fondo come potresti capire, in ogni caso non potresti capire. 

Son una che fa Lettere, non sembra ci sia qualcosa da spiegare, in un film o sarei quella carina che declama poesie con occhi scintillanti, oppure quella che si ammazza di canne declamando Baudleaire, ed infilza serie e serie di banalità come le imparasse a scuola.
E ancora: forse son proprio così: però non vengo oggi al mare con voi, perché devo studiare.

martedì 28 dicembre 2010

"Tu sei una che guarda sempre al passato, ti servirebbe uno specchietto retrovisore."

Eccola: una della frasi che ti centrano in pieno, un martedì sera, davanti a “Sex and the city”. Ti fanno capire che forse eri un mirino, consapevole di sé solo dopo essere stato irrimediabilmente colpito.

Torno in camera, gironzolo, c’è odore forte di disordine e attesa. Fumo una sigaretta, mi affaccio alla finestra e subito è Genova. Di fronte a me, dietro a tende altrui, improvvisamente vicine, scostate, scorgo un albero di Natale e attorno, luce gialla. 

(Il pensiero non smetterebbe mai di vagare alla ricerca di destini altrui, destini di burro, di marzapane, storie scritte col silenzio perché in fondo non scritte, storie alla portata di tutti, nascosti ostelli della fantasia.)

Alle spalle tutto questo, ma attorno quella frase – e su questa pagina gioco di deittici invece, che mi lusinga e mi parla di “Infinito”-, dunque: dentro me, questa frase.
Penso al passato , poi penso di nuovo al telefilm e a quel gusto che le protagoniste hanno per le etichette: “single” ma non solo: “divorziata” “lesbica”, “sposata”. Penso alla mia allora (che forse ho trovato il filo): la mia parola è "fidanzata", non c’è niente da fare: il tempo e gli anni hanno disegnato ogni  lettera. Ma dietro, dietro a questa parola miriadi di emozioni, fatti, pensieri, vacanze, mare d’inverno o nebbia d’estate. 

Il fatto è che se anch’io – come tutte, come molte – ho bisogno di uno specchietto retrovisore, beh allora ci dev’essere qualcosa che davvero mi piace là dietro.

Forse, forse, quel che mi piace è l’errore, il mio errore, come si dice “l’errore di autovalutazione”. Quell'errore che prima era certezza, quel “il massimo che posso trovare è lui, che non mi piace ma almeno rimane” che cade come accetta su ogni pagina di diario e poi scorge la propria disfatta così poco tempo dopo, dietro ad un nuovo bacio, ad un nuovo lui, che rimarranno, pur facendoti impazzire.

L’errore, l’errore: l’errore di quando sei in quel momento, in cui odi la frase “cuore in mille pezzi”, o “cuore spezzato”, perché non è di questo che si parla, non è solo lo stupido cuore ad essersi spaccato: ti sei rotta il cervello e la punta delle dita, son feriti i piedi che ti han condotto male, s’è spaccato il petto che ti ha fatto amare, è la fine di troppi capelli e una caduta libera d’acqua e sale e poi acqua e poi sale. E’ quella sete incredibile che ti pervade ogni ora, a ricordarti ogni singola goccia di dolore che hai versato, a ricordarti della tua malattia impalpabile. Ma, più di tutto questo, quando sono stata “spaccata” c’era una cosa sulle altre a sgretolarmi: il pensiero che mai, mai sarei guarita. Che avrei finto di farlo, avrei riso e riso tanto, avrei detto sì a qualsiasi pensiero, ma mai, mai sarei guarita.

Ed ora sono qui, con gli occhi fissi sul mio specchietto retrovisore, non li scollerei mai, ventose innamorate di liscia parete. E capisco il perché: perché sono guarita , perché mi sbagliavo, perché mi sono sempre sbagliata, perché i miei più alti salti al cielo sempre li ho spiccati dopo mie, mie, previsioni sbagliate.

Perché ogni mia tristezza mancata mi ha insegnato che davvero non si conosce il profumo che passerà attraverso ogni spicchio di finestra aperta. 
Che davvero qualche dolore può essere un errore.

Che in tutto quel mondo che pestiamo sotto ogni nostro singolo passo può strisciare la morte, ma che in quello che ancora segue, è permesso resuscitare.

E allora sgraniamo questo elogio all'errore che mette i trampoli ad ogni felicità inaspettata, e allora innamoriamoci di questo specchietto retrovisore, misura e peso di ogni prematura arresa.

lunedì 27 dicembre 2010

È che sono qui con questo cursore che mi lampeggia davanti e mi parla dell’intermittenza, dell’intermittenza di questo mio cuore, dei pensieri, del sonno, della sete mia disperata di inchiostro.
Rachi oggi ha detto “c’è gente che cerca la felicità e gente che punta solo alla serenità, io sono fra i primi, e non posso farci niente e passo anche attraverso il dolore per raggiungerla, questa benedetta felicità.”

E di fronte a lei, di fronte a lei c’ero io, io. Io che insomma sono come lei, no? Quasi per definizione, sono Teresa, faccio Lettere cerco chi sono fra Leopardi e De Andrè e sono una così, cerco la felicità, il batticuore, il dolore che strappa, la carezza che cura, di tutto per un cuore che batte: Teresa, no? Poi però penso, mi guardo: chi sono io davvero, chi? 
Siamo sicuri sia ancora così, lo siamo davvero? 
So ancora farli i tuffi di testa o sono troppo stanca ora per volare? 
Siamo sicuri sia ancora così o che non ci sia semplicemente un mare di cose da fare e del tempo rubato per sentire chi sono?
Di fronte a me ci sono io: tessuto di fragilità, io, senza nome, senza città. 

Di fronte a me ci sono io, un fragore che mica ha voce
solo implode in se stesso,
continuamente,
con note da non notare
con parole di cui non parlare.

Di fronte, di fronte a me ci sono io,
Io, io di sempre, dove sono finita?
Io, che correvo a mille contro un muro, se solo mi prometteva una carezza, io, io che sul tavolo 
da gioco, barattavo cinque anni di aghi dritti nel cuore, per qualche giornata di
sole,
sale,
quindici anni
per cantare.

Di fronte a me ci sono io,
ma in realtà dove sono, circondata sempre da queste
benedette
parole
che non mi lasciano remare in pace / 
non mi lasciano approdare / 
ma neanche mi concedono un naufragio da ricordare, solo questo viaggio sballottato e stanco solo una penna in pugno, stille di inchiostro, intruse nelle vene,  MA solo una manciata di parole per esprimere il caos.

C’ero io dunque di fronte a me,
e mi guardavo,
mi scrutavo
minuziosa
(uno scarafaggio)
facevo l’autopsia dei miei pensieri
cercavo di capire
quelle pieghe
che son me,
cercavo di leccare
le gocce stanche di chi ero.

Continuavo fra il buio
a tastare il mio passato prossimo
per ritrovare
una qualche carta di identità

Sorridendo
amara, 
alla fine
con rumore
come di 
tonfo:

Eccomi
Eccomi ci sono
e sono io
e la me di sempre e lo so perché:

perché cerco frugo,
imploro
qualche indizio di futuro,
fra le orme che ho alle spalle.